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Vino a 3.700 metri: quando il Tibet sfida la gravità

Credit: Rong Shun Biotechnology Development Ltd

Chi pensava che fare vino fosse già abbastanza complicato evidentemente non ha mai provato a farlo a quasi 4.000 metri di quota, dove l’ossigeno scarseggia, il gelo arriva quando gli pare e le viti decidono di prendersi dieci anni prima di produrre qualcosa di decente.

Eppure qualcuno ci sta provando sul serio. E non parliamo di esperimenti hippie da vigna biodinamica, ma di un’industria vera — piccola, certo, ma con numeri che cominciano a contare — che sta nascendo sull’altopiano tibetano e che ha appena fatto la sua prima comparsa sui mercati internazionali.

La spedizione che ha fatto storia (piccola storia, ma sempre storia)

Gennaio 2026. Ottantaquattro bottiglie partono da Shannan, nel Tibet meridionale, dirette a Hong Kong. Non sembra granché come numero — una cantina toscana media ne produce migliaia al giorno senza nemmeno accorgersene. Ma quelle ottantaquattro bottiglie segnano la prima volta che un vino prodotto sull’altopiano tibetano attraversa i confini della Cina continentale per cercarsi un mercato internazionale.

Il Pazhu Vineyard, che le ha prodotte, gestisce vigneti situati tra i 3.507 e i 3.716 metri di altitudine. Per capirci: il Monte Bianco arriva a 4.810 metri, quindi stiamo parlando di coltivare uva più o meno a tre quarti dell’altezza della montagna più alta d’Europa. Il Guinness World Records ha certificato questi vigneti come i più alti del mondo — un record che probabilmente nessuno cercherà di battere perché davvero, oltre una certa quota, diventa fisicamente impossibile far crescere vitis vinifera.

Qu Tianwen, proprietario del Pazhu, racconta che molti dei primi acquirenti sono turisti che avevano visitato il Tibet, assaggiato i vini sul posto e poi deciso di ordinarne alcune casse una volta tornati a Hong Kong o Macao. La curiosità iniziale — “vino tibetano? Ma davvero?” — si trasforma in interesse genuino quando scoprono che non si tratta di una trovata folkloristica ma di prodotti con caratteristiche organolettiche uniche dovute proprio a quelle condizioni estreme.

Il sapore del cordyceps (e non è una metafora)

Qui la storia diventa davvero particolare. Un acquirente di Hong Kong, degustando l’ice wine (quello dolce fatto con uve congelate sulla pianta), nota che dopo qualche minuto nel bicchiere si sviluppano aromi che ricordano il cordyceps — un fungo medicinale pregiato che cresce sull’altopiano tibetano e che nella medicina tradizionale cinese costa cifre assurde.

Potrebbero essere suggestione, autoinganno sensoriale, wishful thinking da sommelier hipster. E invece no. I campioni vengono mandati all’Accademia cinese delle scienze che analizza il vino e ci trova dentro due molecole proteiche presenti anche nel cordyceps. Due. Molecole. Proteiche. Del. Fungo.

Come ci siano finite resta da capire — forse assorbite dal terreno dove cordyceps cresce naturalmente, forse trasmesse dall’aria (l’altopiano è un ecosistema chiuso con caratteristiche uniche), forse tramite meccanismi che ancora non conosciamo bene. Ma il fatto resta: quel vino contiene tracce biochimiche dell’ambiente tibetano in un modo che nessun altro vino al mondo può replicare.

Calice di vino rosso versato da bottiglia

Il vigneto più alto del mondo si trova in Tibet a 3.700 metri di quota

I numeri (quelli veri)

Il Tibet attualmente ospita otto aziende vinicole operative. Otto. Non ottocento come in Toscana o Piemonte. Otto in totale. Se aggiungiamo i produttori di birra, distillati a base di orzo e baijiu (il liquore nazionale cinese), l’intera industria delle bevande alcoliche tibetane ha generato un fatturato di 800 milioni di RMB nel 2025, circa 110 milioni di dollari.

Per dare un’idea: una singola grande azienda vinicola italiana può fatturare cifre simili da sola. Ma per il Tibet rappresenta un settore economico nuovo che sta cercando la sua strada tra mille difficoltà.

Difficoltà concrete, non metaforiche. I trasporti dall’altopiano verso la Cina orientale costano da due a tre volte di più rispetto alle rotte normali. Bottiglie, tappi, etichette — tutto deve essere spedito lì, poi il vino finito va spedito fuori. Doppio costo logistico che pesa tremendamente sul prezzo finale.

Le viti crescono lentamente a causa dell’altitudine, del freddo, dei venti violenti che l’altopiano subisce per mesi. Alcune piante del Pazhu Vineyard hanno impiegato dieci anni prima di produrre frutti utilizzabili per fare vino. Dieci. Anni. Qualsiasi imprenditore vinicolo occidentale avrebbe già abbandonato dopo il terzo inverno senza produzione.

Arrivano gli investimenti (seri)

Nel marzo 2024, Xige Estate — una delle principali aziende vinicole del Ningxia, la regione vinicola più affermata della Cina — ha annunciato l’intenzione di sviluppare un’azienda vinicola ad alta quota a Chamdo, nel Tibet orientale. Investimento importante: diverse migliaia di mu di vigneti (un mu equivale a circa 666 metri quadrati, quindi parliamo di estensioni significative).

Zhang Yanzhi, fondatore di Xige, ha descritto il progetto come tentativo di costruire “un’azienda vinicola boutique di riferimento per i terroir d’alta quota della Cina”. Tradotto dal marketing-speak: vogliono creare etichette speciali che possano competere sul mercato internazionale dei vini di nicchia sfruttando l’unicità assoluta del territorio tibetano.

Se un produttore affermato come Xige scommette soldi veri sul Tibet, significa che qualcuno ha fatto i conti e ci ha visto un’opportunità commerciale seria — non solo folklore esotico per turisti.

Il problema della consapevolezza

La maggior parte dei consumatori attualmente si avvicina al vino tibetano per curiosità, non perché capisce cosa sta bevendo o perché riconosce uno stile qualitativo definito.

Questo significa che c’è ancora molta strada da fare. Il vino tibetano deve costruirsi un’identità riconoscibile, educare il mercato, spiegare perché costa di più e perché dovrebbe interessare a qualcuno che ha già accesso a Barolo, Borgogna, Napa Valley.

La prima spedizione a Hong Kong è un passo simbolico. Piccolo, ma simbolico. Verifica se un terroir estremo — il più estremo possibile per la viticoltura — possa tradursi in domanda duratura o se resterà solo curiosità esotica per appassionati di stranezze enologiche.

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