Destinazioni

Tibet e Nepal: cosa trovi davvero

Un percorso tra due paesi che condividono il buddismo ma lo vivono in modi sorprendentemente diversi
Un percorso tra due paesi che condividono il buddismo ma lo vivono in modi sorprendentemente diversi
Il confine tra Tibet e Nepal si attraversa a Zhangmu. O meglio, si attraversava. Adesso il passaggio principale è Gyirong, spostato dopo il terremoto del 2015 che ha distrutto parecchie infrastrutture nella zona. Ma il confine geografico, alla fine, conta poco quando parliamo di cultura buddista e di come viene vissuta dalle persone che ci abitano da sempre.

Da una parte hai l’altopiano tibetano con i suoi monasteri che sembrano fortezze arroccate sulle montagne, dall’altra le valli nepalesi dove il buddismo convive (non sempre pacificamente) con l’induismo creando un mix che a volte confonde anche chi pensa di conoscere bene la zona. Stesso buddismo nelle fondamenta filosofiche, ma declinato in modi che a prima vista sembrano appartenere a religioni completamente diverse.

Chi cerca l’immersione nella cultura buddista trova qui qualcosa che assomiglia più a un laboratorio vivente che a un museo dove tutto è etichettato e spiegato. Niente è cristallizzato. Tutto si muove, si modifica, reagisce alla pressione della modernità.

Due facce dello stesso buddismo

Il buddismo tibetano che incontri camminando per le strade di Lhasa ha caratteristiche specifiche che lo rendono immediatamente riconoscibile — anche se magari non capisci esattamente cosa stai vedendo. Non è una versione “migliore” di quello nepalese, né il contrario. Sono semplicemente tradizioni che si sono evolute in contesti politici e geografici diversi, pur partendo dalle stesse radici filosofiche stabilite secoli fa.

A Lhasa, il Potala domina la città in un modo che non ha paragoni in nessun altro luogo buddista al mondo. Mille stanze (forse più, il numero esatto dipende da chi conta e cosa conta come “stanza”), una storia che attraversa secoli di lotte di potere, pellegirini che girano le ruote di preghiera compiendo lo stesso gesto che i loro nonni e bisnonni hanno fatto per tutta la vita. È un luogo impressionante. Ma è anche un luogo dove la storia recente — quella che molti preferiscono non menzionare — ha lasciato cicatrici profonde che si leggono in ogni angolo se sai dove guardare.

Il monastero di Sera, qualche chilometro fuori città (puoi raggiungerlo anche a piedi se hai tempo e gambe buone), ospita ancora quei celebri dibattiti filosofici dove i monaci battono le mani per scandire le domande mentre discutono di logica buddista. Succede tutti i pomeriggi. Da secoli. E continuerà a succedere finché ci saranno monaci disposti a studiare quel sistema filosofico incredibilmente complesso che sta alla base del buddismo tibetano.

In Nepal, a Boudhanath, il grande stupa bianco raccoglie la comunità di rifugiati tibetani arrivati dopo il 1959 quando il Dalai Lama dovette fuggire attraverso l’Himalaya. I monasteri che circondano lo stupa sono vivi — non di “vivi” nel senso turistico della parola, ma proprio operativi: i monaci studiano, pregano, mangiano, discutono, litigano pure, a volte. È continuità vera, non ricostruzione archeologica.

L’altitudine cambia tutto (davvero)

Arrivare a Lhasa a 3.650 metri di quota non è uno scherzo, e chi dice il contrario o mente o ha una genetica fortunata. Il corpo reagisce in modi diversi: mal di testa che sembra spaccarti il cranio, affaticamento anche solo salendo tre gradini, un senso generale di oppressione che dura giorni. Alcune persone si adattano in fretta. Altre no, e devono scendere di quota o rischiano problemi seri.

L’aria è rarefatta. La luce ha una qualità particolare che rende i colori più netti, quasi irreali. Anche il modo di muoversi cambia: diventi più lento, più ponderato, perché ogni movimento improvviso ti ricorda che l’ossigeno qui è meno della metà rispetto al livello del mare.

Il lago Yamdrok, sulla strada che conduce verso Gyantse, sta a 4.400 metri. L’acqua assume tonalità turchesi che cambiano continuamente con la luce, passando dal verde smeraldo al blu profondo nell’arco di poche ore. Le montagne intorno superano tranquillamente i 7.000 metri, creando un paesaggio che sembra appartenere a un altro pianeta — non è retorica new age, è proprio la sensazione fisica che ti prende quando ti trovi lì.

Qui capisci perché il Tibet viene considerato un luogo spirituale anche da chi non crede in nessuna religione particolare. Non c’è bisogno di tirarci dentro chakra o energie cosmiche: è pura geografia che impone umiltà semplicemente perché sei piccolo e fragile circondato da forze naturali enormi.

In Nepal scendi rapidamente di quota e l’aria torna densa, quasi grassa dopo la rarefazione dell’altopiano. Kathmandu sta a 1.400 metri, una quota che ti permette di respirare normalmente senza sforzo. I colori diventano più saturi, il caos urbano sostituisce il silenzio minerale del Tibet. Anche questo contrasto violento fa parte del percorso — forse è proprio il contrasto che ti fa capire meglio entrambi i luoghi.

Image by Michael from Pixabay

Image by Michael from Pixabay

Cosa significa davvero “immersione culturale”

Visitare i monasteri quando sono organizzati per ricevere i turisti (orari stabiliti, percorsi segnati, biglietti da pagare) è un’esperienza completamente diversa dall’assistere alle puje mattutine quando i monaci recitano i sutra per se stessi, non per un pubblico che magari capisce una parola su cento. A Gyantse, il monastero di Pelkor Chode lascia entrare durante alcune cerimonie se rispetti certe regole base di comportamento — silenzio, niente foto durante le preghiere, stare nei posti designati.

Il suono dei mantra ripetuti crea un effetto quasi ipnotico che dura ore senza pause. Nessuno ti spiega cosa sta succedendo a meno che tu non chieda espressamente, e anche quando chiedi le risposte sono spesso enigmatiche o incomplete perché tradurre concetti buddisti dal tibetano all’inglese (e poi magari all’italiano nella tua testa) è un’impresa quasi impossibile.

Non c’è guida audio con la voce calma che ti racconta la storia del luogo. Non c’è pannello esplicativo con foto e didascalie. O capisci attraverso l’osservazione diretta e il confronto con quello che hai studiato prima di partire, o resti confuso. E va bene così — la cultura buddista non si presta a essere raccontata in modo semplificato, si vive attraverso la pratica quotidiana che richiede anni per essere anche solo minimamente compresa.

A Swayambhunath in Nepal (lo chiamano “tempio delle scimmie” per ovvie ragioni zoologiche), la situazione appare caotica: animali che scorrazzano tra i fedeli, venditori che propongono oggetti devozionali urlando i prezzi, turisti che fanno foto compulsivamente. Sembra disordine totale. Ma se osservi con attenzione per più di cinque minuti, emerge un ordine sottile: le bandiere di preghiera sventolano seguendo schemi precisi, le ruote vengono fatte girare sempre in senso orario (mai il contrario, sarebbe un sacrilegio), i pellegrini compiono il kora seguendo percorsi consolidati da secoli di tradizione che nessuno ha bisogno di segnare perché tutti li conoscono a memoria.

I limiti pratici del viaggio (che nessuno ti racconta)

Bisogna essere chiari su un punto che molte guide turistiche sorvolano o minimizzano: il Tibet non è facilmente accessibile e non lo sarà nel futuro prevedibile, almeno finché la situazione politica resta quella attuale. Serve il permesso del governo cinese che ottieni solo attraverso agenzie autorizzate (non puoi andare per conto tuo, punto). Serve una guida ufficiale che ti accompagna in ogni spostamento, dorme nello stesso hotel, mangia agli stessi tavoli. Gli itinerari sono controllati con attenzione e alcuni luoghi rimangono off-limits senza spiegazioni chiare.

Questo condiziona profondamente l’esperienza di viaggio, eliminando quella libertà di improvvisazione che normalmente caratterizza i viaggi migliori. Non puoi decidere stamattina di prendere un autobus e andare in un villaggio che ti hanno consigliato ieri sera al bar. Non funziona così.

Secondo dati del Tibet Tourism Bureau relativi al 2019 (ultimi disponibili prima che la pandemia azzerasse tutto), circa 280.000 turisti stranieri visitavano il Tibet ogni anno. Numeri contenuti se li paragoni al Nepal che nello stesso periodo ne riceveva oltre un milione, e che riflettono proprio queste difficoltà burocratiche che scoraggiano molti potenziali visitatori.

La burocrazia tibetana può risultare frustrante — anzi, lo è quasi sempre per chi viene da paesi dove puoi muoverti liberamente senza dover rendere conto a nessuno. I controlli sono frequenti: checkpoint ogni tot chilometri, documenti da esibire ripetutamente, domande su dove sei stato e dove vai. Alcuni luoghi rimangono off-limits senza che nessuno ti spieghi perché. La sensazione di essere sempre osservati non è paranoia: sei effettivamente osservato, le telecamere ci sono e funzionano.

Non è un viaggio libero nel senso occidentale del termine. Va accettato prima di partire, altrimenti rischi di passare due settimane arrabbiato invece di concentrarti su quello che puoi effettivamente vedere e capire.

Prepararsi mentalmente (sul serio)

Chi parte con aspettative da cartolina spirituale — monasteri arroccati su montagne incontaminate, monaci sorridenti pronti a dispensare perle di saggezza a ogni turista che passa, illuminazione istantanea garantita — rischia una delusione così grande da rovinare l’intero viaggio. Il Tibet contemporaneo è anche (soprattutto?) modernità forzata, cemento che sostituisce legno e pietra, controllo pervasivo che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

Il Nepal è povertà diffusa che non si nasconde dietro belle facciate, confusione urbana senza logica apparente, polvere che copre ogni cosa e che entra nei polmoni, nei vestiti, nelle scarpe. Non è il paradiso himalayano delle brochure.

Ma è proprio tra queste crepe, tra la realtà contemporanea spesso brutale e la tradizione millenaria che resiste come può, che passa la cultura buddista autentica. Quella che non fa sconti, che non ti coccola con spiegazioni semplificate tipo “corso di mindfulness weekend”, quella che esiste da prima che Marco Polo attraversasse l’Asia e che continuerà a esistere dopo che l’ultima generazione di turisti occidentali si sarà stancata di cercare l’Oriente mistico.

Chi cerca l’immersione profonda la trova, ma va cercata attivamente. Non viene servita su un vassoio da tour operator con pacchetto all-inclusive.

Change privacy settings
×