Tra le montagne dell’Himalaya dove l’aria è così rarefatta che ogni respiro sembra una preghiera, i monasteri tibetani custodiscono segreti spirituali vecchi di secoli
La prima luce dell’alba colpisce le mura bianche di Lhasa mentre i monaci iniziano i loro canti. Non è turismo da cartolina. È il buddhismo tibetano che respira, vive, pulsa nelle vene degli altipiani. Chi arriva qui scopre che i monasteri tibetani non sono musei polverosi ma organismi viventi dove la spiritualità si tocca con mano.
Stiamo parlando di cinque luoghi che hanno plasmato la fede di milioni di persone. Cinque complessi dove l’architettura diventa preghiera e la pietra si carica di significato.
Il Jokhang di Lhasa, dove batte il cuore sacro del Tibet
Chiamarlo semplice monastero sarebbe riduttivo. Il Jokhang – “santuario del Buddha” in tibetano – rappresenta il punto zero della spiritualità himalyana. Costruito nel VII secolo secondo la tradizione, questo tempio nel cuore della città vecchia di Lhasa attira pellegrini che percorrono migliaia di chilometri, spesso prostrandosi ogni tre passi.
La statua del Buddha Sakyamuni che si trova all’interno venne portata dalla Cina dalla principessa Wencheng nel 641. Non una qualsiasi: quella statua ha dodici anni, l’età del Buddha quando raggiunse l’illuminazione spirituale secondo alcuni testi. I fedeli la considerano tra le immagini più sacre dell’intero universo buddhista.
L’architettura? Un labirinto di cappelle dove l’oro incontra il legno antico, dove i thangka pendono dai soffitti come testimoni silenziosi di preghiere millenarie. Le sale odorano di burro rancido delle lampade votive, un profumo che impregna i vestiti e rimane nei ricordi. Secondo le cronache del monastero, ogni giorno centinaia di tibetani compiono la kora, il percorso circolare attorno al tempio, girando le ruote di preghiera con gesti che hanno la precisione di una danza antica.

Lhasa – Jokhang Temple | Lhasa
Drepung, la città monastica ai piedi delle montagne
Otto chilometri a ovest di Lhasa, sulla pendice meridionale del monte Genpi Wuze, Drepung si estende come un villaggio verticale. “Mucchio di riso” – questo significa il nome, riferimento ai numerosi edifici bianchi che un tempo punteggiavano il fianco della collina. Era il monastero più grande al mondo prima della rivoluzione culturale. Parliamo di un complesso che nel suo periodo di massimo splendore ospitava oltre 10.000 monaci.
La Grande Sala delle Riunioni ti accoglie con più di 180 colonne che sostengono un soffitto decorato con thangka alti quanto le pareti stesse. L’atmosfera qui dentro ha qualcosa di ipnotico: le pareti trasudano storia, alcune colonne sono ornate da antiche armature usate durante le cerimonie. La statua di Jampa – il Buddha del futuro – domina la cappella principale, alta due piani, impossibile da ignorare.
Il Collegio Loseling, il più grande dei quattro collegi di Drepung, era dedicato agli studi di logica. Gli studenti discutevano per ore nei cortili, affinando l’arte del dibattito filosofico che rappresenta il cuore dell’educazione monastica tibetana. I dibattiti qui non erano accademici nel senso occidentale: erano combattimenti spirituali dove le idee si scontravano con l’intensità di una battaglia.
La kora di Drepung sale fino a 3.900 metri. Chi la percorre – circa un’ora camminando senza fretta – passa accanto a pitture rupestri colorate, vecchie di secoli, e attraversa vallate dove le bandiere di preghiera sventolano al vento glaciale dell’altopiano.

Drepung Monastery, Tibet, China
Sera, dove i monaci ancora dibattono sotto il cielo tibetano
Cinque chilometri a nord di Lhasa, ai piedi del monte Sera Wuze, questo monastero prende nome dalle rose selvatiche che un tempo crescevano sul pendio. Sera appartiene alla tradizione Gelugpa, la scuola dei “berretti gialli” fondata da Tsongkhapa nel XIV secolo.
Il momento magico? Tra le 15 e le 17, quando nel cortile dei dibattiti i monaci si riuniscono. Non è uno spettacolo per turisti, è pratica quotidiana. I monaci discutono di filosofia buddhista con un’intensità che ti prende alla gola. I battimani scandiscono i punti cruciali dell’argomentazione – un suono secco che risuona tra le mura come un tamburo rituale.
La Grande Sala delle Riunioni, costruita nel 1700, ospita thangka alti quanto le pareti. La statua di Jampa domina lo spazio centrale, circondata da figure di Dalai Lama e grandi maestri. Il Collegio Sera Je – il più grande del complesso – custodisce la cappella di Tamdrin, divinità protettrice con la testa di cavallo. Spesso c’è una fila di pellegrini che attendono di sfiorare i piedi della statua con la fronte, gesto di devozione che ripetono da generazioni.
La sala principale è illuminata da fasci di luce che entrano dalle finestre, creando giochi di ombre sui dipinti murali. Chi visita Sera percepisce la differenza rispetto agli altri grandi monasteri: qui il senso di comunità monastica viva è palpabile.

Sera Monastery
Tashilhunpo a Shigatse, dimora dei Panchen Lama
Ai piedi del monte Drolmari – la montagna di Tara – a Shigatse, Tashilhunpo rappresenta la sede tradizionale dei Panchen Lama, seconda autorità spirituale del buddhismo tibetano dopo il Dalai Lama. Fondato nel 1447, il nome significa “monastero del monte Sumeru propizio”.
Questo è il più grande monastero della regione di Shigatse. La struttura si sviluppa su diversi livelli, un dedalo di cappelle, sale di preghiera, residenze monastiche che si arrampicano sul fianco della montagna. La statua di Maitreya – il Buddha del futuro – alta 26 metri è ricoperta d’oro e ornata di pietre preziose. Ci vollero quattro anni per completarla, dal 1914 al 1918, e richiese oltre 270 chilogrammi d’oro.
Le tombe dei Panchen Lama occupano spazi di straordinaria ricchezza decorativa. Stupa dorati, affreschi che raccontano la vita dei maestri spirituali, reliquie conservate con cura maniacale. Durante le grandi festività religiose, Tashilhunpo diventa un crocevia di pellegrini che arrivano da ogni angolo del Tibet e oltre.
L’atmosfera qui è diversa da Lhasa. Più raccolta, meno frenetica. I monaci si muovono tra i cortili con passo sicuro, molti sono anziani che hanno dedicato l’intera esistenza a questo luogo. Le sale di studio conservano antichi manoscritti, testi sacri scritti su fogli di carta fatta a mano, alcuni risalenti a secoli fa.

Tashilhunpo Monastery, Shigatse
Ganden, il monastero sospeso tra cielo e terra
Sessanta chilometri a est di Lhasa, sul monte Wangbur sulla riva meridionale del fiume omonimo, Ganden si trova a 3.800 metri sul livello del mare. Fondato nel 1409 da Tsongkhapa, fondatore della scuola Gelugpa, questo monastero ha subito distruzioni terribili durante la rivoluzione culturale. Quello che vedi oggi è frutto di ricostruzioni pazienti, restauri che hanno cercato di riportare in vita l’antico splendore.
Ganden significa “paradiso gioioso” in tibetano. Chi arriva qui capisce il perché: la vista spazia sulle valli circostanti, le montagne si ergono tutt’attorno creando un anfiteatro naturale di pietra e neve. La luce a quest’altitudine ha una qualità particolare, quasi cristallina, che rende ogni cosa più nitida, più reale.
La tomba dorata di Tsongkhapa attira fedeli da tutto il mondo buddhista. Il fondatore della tradizione Gelugpa riposa qui dal 1419, e il suo corpo venne mummificato secondo le antiche tecniche tibetane. La cappella che custodisce la tomba è piccola, intima, carrica di un’energia spirituale tangibile.
La kora di Ganden è tra le più spettacolari del Tibet. Si snoda per chilometri sul crinale della montagna, attraversando punti panoramici mozzafiato. Le bandiere di preghiera formano gallerie di colore che ondeggiano al vento dell’altopiano. Percorrerla richiede tempo e fiato – l’altitudine si fa sentire – ma i pellegrini la considerano tra le più meritevoli.

Il respiro vivente dei monasteri tibetani
Questi cinque complessi non sono reliquie del passato. Sono organismi viventi dove migliaia di monaci studiano, pregano, preservano tradizioni che altrove sono scomparse. Le biblioteche monastiche custodiscono testi che nessun database digitale ha ancora catalogato. Le tecniche di dibattito filosofico affinate nei cortili rappresentano un metodo pedagogico unico al mondo.
Chi visita questi luoghi deve ricordare alcune regole semplici ma tassative: camminare sempre in senso orario attorno agli edifici sacri, non fotografare durante le cerimonie, vestirsi in modo decoroso. Non sono imposizioni burocratiche ma segni di rispetto verso una cultura che ha fatto della spiritualità il proprio nucleo identitario.
Il buddhismo tibetano racchiuso in questi muri ha resistito a invasioni, persecuzioni, tentativi di cancellazione. Ogni statua, ogni affresco, ogni ruota di preghiera porta il peso di questa resistenza. Visitarli significa toccare con mano una fede che ha attraversato i secoli senza piegarsi, adattandosi ma mai tradendo i propri princìpi fondanti.
Quando lasci questi monasteri, porti con te qualcosa di indefinibile. Non è nostalgia né suggestione da viaggiatore. È la consapevolezza di aver sfiorato una dimensione dove il sacro non è metafora ma realtà quotidiana, dove la preghiera si intreccia con la vita in modi che l’Occidente secolarizzato ha dimenticato da tempo.








