Puoi visitare tutti i monasteri del Tibet e del Nepal che vuoi. Puoi assistere a tutte le cerimonie che permettono l’accesso ai turisti (non tutte lo permettono, alcune restano chiuse). Ma se non si osserva come vive davvero la gente comune, si rischia di perdere metà del viaggio — forse la metà più interessante — e di tornare a casa con un’immagine parziale e distorta che non corrisponde alla realtà.
Il kora mattutino a Lhasa
Ogni mattina, quando il cielo è ancora scuro e la maggior parte della città dorme, centinaia (migliaia nei giorni di festa religiosa) di tibetani percorrono il kora intorno al Jokhang. Il tempio più sacro di tutto il Tibet, quello dove anche i tibetani che non sono particolarmente religiosi vanno almeno una volta nella vita.
Camminano in senso orario seguendo un percorso che viene ripetuto da secoli senza variazioni, girando le ruote di preghiera fissate lungo il tragitto e mormorando mantra che conoscono a memoria da quando erano bambini. “Om mani padme hum” ripetuto all’infinito fino a quando perde significato verbale e diventa puro suono, pura vibrazione.
Non sono tutti anziani come potresti aspettarti guardando documentari sulla spiritualità tibetana. Ci sono giovani che prima di andare al lavoro (magari in un negozio che vende smartphone o in un internet café) compiono il circuito completo. Madri con bambini piccoli sulle spalle che dormono cullati dal movimento ritmico. Commercianti che aprono le loro botteghe lungo il percorso solo dopo aver completato il rituale quotidiano perché iniziare la giornata senza il kora porterebbe sfortuna.
È pratica religiosa ma è anche routine sociale profondamente radicata, un momento che struttura la giornata e crea senso di comunità tra persone che magari non si parlano mai ma si riconoscono reciprocamente come parte dello stesso tessuto culturale.
Camminano a passo svelto — non è passeggiata contemplativa alla ricerca di illuminazione istantanea. È qualcosa di più pragmatico e allo stesso tempo più profondo: integrazione della fede nella vita quotidiana senza farne un momento separato ed eccezionale che richiede preparazione mentale particolare. Quaranta minuti, un’ora al massimo, poi inizia la giornata normale con tutte le sue preoccupazioni materiali: lavoro, soldi, figli, salute.
Unirsi al kora è possibile — nessuno ti ferma o ti guarda male se rispetti le regole base. Ma devi andare al loro ritmo (che è sostenuto, niente passeggiate turistiche), sempre in senso orario (mai il contrario, sarebbe grave mancanza di rispetto), sempre con le ruote di preghiera che girano nella direzione giusta, sempre in silenzio o mormorando sottovoce senza disturbare.
Le bandiere di preghiera: simbolo abusato
Le lungta, bandiere di preghiera colorate che sventolano praticamente dappertutto in Tibet e Nepal, sono diventate uno dei simboli più riconoscibili (e più abusati) dell’Himalaya buddista. Ogni colore rappresenta un elemento naturale secondo la cosmologia buddista: blu per il cielo, bianco per l’aria, rosso per il fuoco, verde per l’acqua, giallo per la terra. I mantra stampati su queste bandiere vengono teoricamente “diffusi” dal vento che le fa sventolare, portando benedizioni non solo a chi le ha appese ma a tutta la zona circostante.
Sono diventate anche simbolo turistico forse troppo commercializzato. Si comprano nei negozi di souvenir per pochi yuan o rupie, si appendono sui balconi una volta tornati a casa creando angoli “zen” che hanno poco a che fare con il buddismo autentico, si fotografano ossessivamente per i social network. Ma per i tibetani mantengono un significato concreto che va oltre l’estetica colorata da Instagram.
Appenderle non è gesto casuale: richiede attenzione ai dettagli (altezza corretta, orientamento verso i punti cardinali), rispetto per il momento astrologico giusto (ci sono giorni favorevoli e giorni sfavorevoli secondo il calendario tibetano), intenzione pura (se le appendi solo per bellezza estetica non “funzionano”).
A Namtso, il lago sacro che si trova a 4.718 metri di quota e che è uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Tibet, le bandiere ricoprono intere colline creando un effetto visivo impressionante. Il vento costante dell’altopiano le lacera rapidamente — in pochi mesi diventano stracci scoloriti che a malapena si riconoscono. Ma continuamente vengono appese nuove bandiere sopra le vecchie senza togliere quelle rovinate, creando strati su strati che rappresentano decenni (forse secoli) di preghiere accumulate.
Chi ci crede davvero, oggi? Difficile dirlo. Molti tibetani, soprattutto giovani cresciuti in città con educazione cinese, probabilmente lo fanno più per tradizione che per convinzione religiosa profonda. Ma l’atto di appenderle continua generazione dopo generazione, e questo conta.

Monaci Tibetani – Image by Gerhard Spreitzer from Pixabay
La questione politica (impossibile ignorarla)
Il Tibet è “regione autonoma” cinese dal 1951 dopo un’invasione militare che il governo di Pechino chiama ancora oggi “liberazione pacifica” — definizione che fa sorridere amaramente chiunque conosca anche solo superficialmente la storia di quegli anni. Il Dalai Lama vive in esilio a Dharamsala, in India, dal 1959 quando dovette fuggire attraverso l’Himalaya dopo una rivolta repressa nel sangue. Questi sono fatti storici documentati, non opinioni politiche contestabili.
Parlare apertamente di politica in Tibet è complicato. Pericoloso, anche. I controlli sono capillari: telecamere di sorveglianza ogni pochi metri nelle città, polizia in borghese che gira mescolandosi alla folla, informatori pagati per segnalare conversazioni “sospette”. Le guide ufficiali che accompagnano i gruppi di turisti stranieri hanno il compito implicito (a volte esplicito) di evitare discussioni su certi argomenti sensibili.
Alcuni tibetani parlano comunque, a bassa voce e solo quando sono assolutamente sicuri di non essere ascoltati da orecchie sbagliate. Altri preferiscono il silenzio totale perché hanno troppo da perdere — lavoro, casa, libertà personale. Il clima generale è di tensione costante che non si allenta mai, soprattutto dopo le proteste del 2008 che portarono a una repressione durissima e a un inasprimento ulteriore dei controlli che ancora oggi condiziona pesantemente la vita quotidiana.
In Nepal la situazione è completamente diversa. La comunità tibetana in esilio vive lì da oltre sessant’anni costruendo scuole, monasteri, attività commerciali. Può esprimersi liberamente senza paura di ritorsioni immediate. A Boudhanath, il quartiere tibetano di Kathmandu, il Dalai Lama è presenza costante attraverso foto appese ovunque (negozi, ristoranti, case private), poster che lo ritraggono giovane e vecchio, thangka venduti apertamente nei negozi di oggetti religiosi.
La differenza con Lhasa, dove possedere una foto del Dalai Lama può costare carcere, è stridente. Dice molto sulla situazione politica attuale e sul perché parlare di “Tibet” oggi significa inevitabilmente parlare anche di oppressione, esilio, identità culturale minacciata.
Chi viaggia deve sapere queste cose. Non può fare finta di niente come se il Tibet fosse Disneyland versione buddista. Il buddismo tibetano oggi è inseparabile dalla sua storia politica recente — volerli separare è disonestà intellettuale.
Vivere, mangiare, abitare (cose pratiche)
La cucina tibetana riflette l’ambiente ostile dell’altopiano dove crescono pochissime cose e dove il cibo deve essere soprattutto funzionale, non piacevole. Tsampa (farina d’orzo tostato mescolata con tè al burro fino a formare una pasta densa) è l’alimento base da secoli — nutriente, trasportabile, non deperisce facilmente. Saporito? No. Efficace? Assolutamente sì.
I momo, ravioli al vapore ripieni di carne (yak o montone) o verdure, sono praticamente un pasto completo in un solo boccone. Li trovi ovunque, costano poco, riempiono lo stomaco rapidamente. La qualità varia enormemente: alcuni sono deliziosi, altri hanno il sapore e la consistenza di cartone bollito.
Il tè al burro salato è esperienza culinaria che divide nettamente chi lo prova. Salato invece che dolce (cosa che al palato occidentale abituato al tè dolce suona completamente sbagliata), ha consistenza oleosa per il burro di yak che contiene in grande quantità, sapore che all’inizio sembra tutto sbagliato. Ma a 4.000 metri di quota, dopo una giornata di cammino con vento gelido che ti penetra nelle ossa, quel tè riscalda immediatamente, dà energia istantanea, ha perfettamente senso dal punto di vista fisiologico.
In Nepal la base alimentare è completamente diversa, riflettendo clima più favorevole e tradizione agricola più ricca. Il dal bhat — riso con lenticchie, verdure, spesso un po’ di carne o pesce — viene mangiato due volte al giorno da praticamente tutta la popolazione nepalese. È semplice, economico (un piatto costa l’equivalente di 2-3 euro), incredibilmente nutriente. I trekker che affrontano i cammini himalayani mangiano dal bhat per settimane consecutive senza stancarsi, il che dice qualcosa sulla sua efficacia nutrizionale.
Nei villaggi tibetani, quando capita di essere invitati in una casa (succede più spesso di quanto pensi se mostri rispetto genuino), l’ospitalità segue regole precise codificate da secoli. Ti offrono tè al burro che devi almeno assaggiare (rifiutare sarebbe grave offesa). Ti fanno sedere nel posto più caldo della stanza, tipicamente vicino alla stufa alimentata a sterco di yak secco. Cercano di comunicare anche senza conoscere una parola di inglese, usando gesti, sorrisi, quella pazienza infinita che hanno le persone abituate a vivere in posti remoti dove il tempo ha un’altra velocità.
È ospitalità genuina che non chiede niente in cambio, non quella finta costruita apposta per i turisti che poi ti presenta il conto salato.

Tibet, Lhasa, Potala palace
Il turismo che cambia tutto (in peggio?)
Lhasa oggi è città moderna che probabilmente non riconoscerebbero i tibetani che ci vivevano cinquant’anni fa. Centri commerciali con marchi occidentali, hotel di lusso cinque stelle che sarebbero al loro posto in qualsiasi capitale occidentale, connessione WiFi praticamente ovunque inclusi i monasteri. Non è più il villaggio remoto e isolato che gli esploratori europei descrivevano nei loro diari di viaggio ottocenteschi.
È città cinese con caratteristiche architettoniche tibetane preservate in alcune zone (principalmente quelle turistiche), mentre il resto segue gli standard urbanistici identici a quelli di Pechino, Shanghai, Guangzhou: grattacieli in vetro e acciaio, strade larghe progettate per il traffico automobilistico massiccio, illuminazione notturna aggressiva che cancella le stelle.
Questo disturba molti viaggiatori occidentali che arrivano cercando un Tibet “autentico” e “incontaminato” secondo l’immagine romantica costruita dai film hollywoodiani e dai libri di Heinrich Harrer. Trovano invece modernità forzata, cemento che sostituisce legno antico, controllo sociale pervasivo attraverso tecnologia di sorveglianza all’avanguardia.
Ma i tibetani che vivono lì hanno diritto alla modernità tanto quanto chiunque altro, questo va riconosciuto onestamente. Vogliono ospedali funzionanti che non siano a giorni di viaggio di distanza. Vogliono strade asfaltate che non diventino impraticabili al primo monsone. Vogliono riscaldamento nelle case che non richieda di bruciare sterco di yak per otto mesi all’anno. Sono richieste legittime che nessuno con un minimo di buonsenso può contestare.
Il problema vero è quando la modernizzazione diventa strumento deliberato di cancellazione culturale — quando il cinese sostituisce il tibetano nelle scuole, quando i quartieri tradizionali vengono demoliti per costruire palazzi identici a quelli di qualsiasi città cinese, quando la storia tibetana viene riscritta nei musei secondo la narrativa di Pechino. Lì il confine tra sviluppo legittimo e colonizzazione culturale diventa sottilissimo, praticamente invisibile.
Secondo il China Statistical Yearbook del 2020 (ultima edizione disponibile con dati completi), il PIL pro capite del Tibet è cresciuto mediamente del 9% all’anno nell’ultimo decennio. Tasso impressionante che ha portato miglioramenti materiali concreti e misurabili: meno povertà assoluta, più accesso all’istruzione e alla sanità, aspettativa di vita aumentata di oltre dieci anni rispetto agli anni Ottanta.
Ma i critici fanno notare (con ragioni non facilmente contestabili) che questa crescita economica viene accompagnata da una sinizzazione forzata che erode l’identità culturale tibetana in modi che forse sono irreversibili. Il dibattito resta aperto e probabilmente non si risolverà presto.
In Nepal il turismo rappresenta la principale fonte di reddito per migliaia di famiglie, soprattutto quelle che vivono nelle zone attraversate dai trekking himalayani. L’Everest e gli altri ottomila portano soldi — molti soldi. Ma portano anche problemi enormi: sovraffollamento che rende alcune zone praticamente invivibili durante l’alta stagione, inquinamento (tonnellate di rifiuti lasciati dai trekker ogni anno), commercializzazione eccessiva che snatura completamente villaggi che fino a trent’anni fa non avevano nemmeno elettricità.
Anche lì la cultura tradizionale si adatta, si modifica, a volte si snatura completamente per incontrare le aspettative dei turisti che vogliono l'”esperienza autentica” ma con WiFi, doccia calda, menù in inglese.
Quello che resta quando torni
Dopo settimane passate tra Tibet e Nepal, quando torni a casa e provi a raccontare l’esperienza ad amici che non ci sono mai stati, ti accorgi che è difficile sintetizzare. Quasi impossibile, anzi. Le parole sembrano sempre inadeguate, le foto ancora peggio.
Se cercavi risposte spirituali preconfezionate — illuminazione in tre facili passi, pace interiore garantita, chakra allineati — probabilmente le hai trovate solo parzialmente o per niente. Il buddismo non funziona come corso di autoaiuto da weekend, non promette risultati immediati misurabili.
Se cercavi un viaggio culturale profondo e complesso che ti facesse vedere il mondo da prospettive completamente diverse da quelle occidentali, quello sicuramente l’hai fatto. Hai visto come una civiltà millenaria affronta la modernità forzata che arriva dall’esterno. Come resiste senza cristallizzarsi in museo vivente. Come si adatta senza sparire completamente, mantenendo un nucleo identitario che sopravvive nonostante pressioni enormi.
Hai visto contraddizioni irrisolte (forse irrisolvibili) tra spiritualità e politica, tra tradizione millenaria e necessità economiche contemporanee, tra preservazione culturale e diritto legittimo al progresso materiale. Non c’è sintesi pulita. Non c’è conclusione consolatoria che metta tutto in ordine.
Il Tibet e il Nepal ti offrono complessità, ambiguità, contraddizioni. Non certezze rassicuranti. E sta a te lavorare su quello che hai visto e vissuto, se hai la voglia e soprattutto la pazienza di farlo nei mesi e anni successivi al viaggio.








