Nelle mani delle donne nomadi tibetane, il latte di dri diventa oro giallo. Cibo, luce, preghiera
La zangola di legno oscilla su e giù. Centinaia di volte. Il bastone pompa il latte riscaldato mentre il grasso si separa dall’acqua. Dopo un’ora, chiazze gialle galleggiano in superficie. Raccolto e raffreddato, diventa burro di yak – tecnicamente burro di dri, la femmina dello yak.
Sul plateau tibetano a 4.000 metri, dove l’ossigeno scarseggia e il freddo brucia, questo grasso denso alimenta corpo, casa e spirito. Non solo condimento. Sopravvivenza, economia, devozione.
Dalla mungitura alla zangolatura: processo femminile
Il latte di dri contiene il doppio di grassi del latte vaccino: 5-9% contro 3-4%. Questa ricchezza trasforma il burro di yak in qualcosa simile a formaggio morbido. Denso, dal sapore pungente.
Una pastora gestisce 25-30 dri quotidianamente. Scalda il latte, lo versa nel dongmo – cilindro ligneo – e pompa. Su e giù, centinaia di volte, fino alla separazione.
Ogni dri produce poco latte. Solo greggi numerose garantiscono quantità sufficienti. Conservare il burro significa sopravvivere ai mesi freddi. Avvolto in stomaci di pecora o pelle di yak, dura un anno.
Tè al burro: 60 tazze al giorno
I tibetani bevono po cha – tè al burro – come gli italiani caffè. Sessanta piccole tazze quotidiane non sconvolgono nessuno. In alta quota, dove l’aria rarefatta esaurisce energie, quelle calorie dense salvano vite.
La ricetta mescola tè nero bollito per ore, sale, burro di yak e acqua. Sbattuto fino a diventare schiumoso, denso come zuppa. Risultato: bevanda salata, grassa, energetica.
L’etichetta impone regole. L’ospite beve a piccoli sorsi, il padrone riempie la tazza dopo ogni sorso. La tazza non si svuota mai fino alla partenza. Lasciare il tè intatto durante la visita e svuotarlo prima di andare rispetta le buone maniere.
Lampade che illuminano il dharma
Nelle gompa – i monasteri buddhisti – migliaia di lampade burro Tibet ardono giorno e notte. Piccole ciotole di rame riempite di burro fuso con stoppini galleggianti. La fiamma tremolante simbolizza la saggezza che dissolve l’ignoranza.
Le yak butter lamps usano burro vecchio, inadatto al consumo. Nelle case nomadi forniscono luce quando l’elettricità manca. Combustibile affidabile, prodotto localmente, sempre disponibile.
Durante il Losar – capodanno tibetano – artisti modellano sculture con burro colorato. Divinità, animali, scene mitologiche. Le torma – offerte rituali – mescolano burro fuso con tsampa (farina d’orzo), datteri, semi. Forme complesse onorate sugli altari.
Il burro spalmato sulle labbra previene screpolature. Sulla pelle protegge dall’aridità. Serve per conciare pelli – meglio se rancido. Mescolato con tsampa diventa impasto nutritivo per gli ospiti.

Yak, Nepal – Image by Simon from Pixabay
Economia pastorale e divisione del lavoro
Le donne gestiscono mungitura e trasformazione, gli uomini conducono mandrie. Questa divisione definisce ruoli sociali in Amdo e Kham. Il lavoro femminile garantisce nutrizione e genera surplus commerciabile.
Il burro si vende nei mercati, si scambia con orzo, tè, sale. Un chilo vale giorni di cammino. Nelle economie di sussistenza rappresenta valuta tangibile.
Studi recenti isolano sostanze bioattive nel burro di yak. La bassa incidenza di patologie croniche tra tibetani dell’altopiano – nonostante dieta ricchissima di grassi – attira nutrizionisti internazionali.
Fuori dal Tibet, chef occidentali sperimentano. Il trend del Bulletproof Coffee apre interesse verso grassi alternativi. Ma replicare il sapore autentico senza dri, senza fermentazione naturale, senza mani che pompano la zangola per ore, resta impossibile.
Il burro di yak non è ingrediente sostituibile. È geografia solidificata, cultura tangibile, fede che arde nelle lampade.








