Cina : appello di Benedetto Della Vedova e Marco Taradash

Il Congresso americano, nello scorso aprile, aveva votato una risoluzione in cui chiedeva al Governo cinese di consentire a Gao Zhisheng di riprendere la propria attività. Dopo il suo arresto, da parte dei dissidenti cinesi e soprattutto delle libere comunità religiose che hanno avuto in Gao Zhisheng il proprio maggiore difensore, sono giunti appelli per la sua liberazione. A questi si è aggiunto, negli ultimi giorni, anche quello – istituzionalmente autorevole – del Parlamento Europeo. Ci associamo a questo appello, chiedendo alla delegazione italiana di richiedere alle autorità di Pechino di incontrare l’avvocato Gao Zhisheng; e di farlo in modo ufficiale, a nome di un paese e di un Parlamento che, quando chiamato a pronunciarsi, non ha mai mancato di esprimere il proprio sostegno alla dissidenza cinese. La questione dei diritti e delle libertà politiche, civili e religiose nella Repubblica Popolare di Cina costituisce una delle variabili determinanti dell’ordine geopolitico internazionale. La natura delle relazioni economiche e commerciali con il gigante asiatico è strettamente connessa alle forme politiche e istituzionali con cui il Partito Comunista cinese tenta, da quasi un ventennio, di “guidare” l’evoluzione economica della società cinese ed il suo ingresso nel sistema globale dei mercati. La gran parte dei problemi e delle opportunità che la crescita cinese pone alla comunità internazionale (e che sarebbe velleitario e sbagliato pensare di governare attraverso un sistema di chiusure politiche e commerciali) dipende anche o soprattutto dalle istituzioni politiche ed economiche con cui deve confrontarsi qualunque attore che voglia concorrere e competere, dall’interno e dall’esterno, con l’economia cinese.

Il “modello cinese” non è oggi, né promette di essere domani, una variante asiatica del sistema di mercato occidentale. Rischia al contrario di rappresentarne nel medio periodo una alternativa sociale, civile e politica, pericolosa e aggressiva in termini non solo economici. Nella Repubblica Popolare di Cina non è libera l’attività politica, sociale e sindacale, non è libera l’informazione e la produzione culturale, non è libero il culto e il proselitismo religioso. Dunque, non è libera neppure l’economia. Se la “Cina economica” deve essere e rimanere al centro delle strategie commerciali, la “Cina politica” (che sarebbe del tutto erroneo distinguere in modo netto dalla prima) deve essere al centro di una strategia politica non rinunciataria, se l’Europa e il mondo libero non vogliono continuare a scontare disastrosamente le politiche di “dumping politico” con cui il regime di Pechino governa e droga la crescita economica. E proprio la centralità politica della questione dei diritti umani fondamentali è stata riaffermata dal “Rapporto Belder” sulle relazioni fra Ue e Repubblica Popolare di Cina, approvato pochi giorni fa (7 settembre 2006) dal Parlamento europeo. Meno di un anno fa, Emma Bonino, ministro del governo Prodi e componente della delegazione italiana aveva dichiarato: “I tempi sono ormai maturi perché anche le istituzioni italiane, a partire dal nostro Governo e dal Parlamento, si inseriscano in un dibattito internazionale molto vivo, in particolare negli Stati Uniti, su quali siano gli strumenti più efficaci per promuovere la democrazia e il rispetto dei diritti umani…

Occorre che si sostengano politicamente e economicamente i movimenti democratici che dal mondo arabo al sud est asiatico, dalla Cina all’Africa, stanno in modo crescente scegliendo la non violenza come mezzo di rivendicazione dei propri diritti fondamentali.” Per questa ragione è essenziale (non solo in termini umanitari) che la delegazione italiana guidata dal presidente Prodi e dal ministro Bonino ponga in maniera esplicita la questione politica, che non è “questione interna” bensì “internazionale”, dei diritti umani, civili e religiosi nella Repubblica Popolare di Cina. E che lo faccia nel modo più comunicabile e politicamente più efficace. Su questo formuliamo una proposta e chiediamo una risposta esplicita da parte del presidente del Consiglio. Da oltre un mese è prigioniero del regime di Pechino l’avvocato Gao Zhisheng, noto in tutto il mondo per le sue iniziative in difesa della libertà religiosa e civile, e impedito da mesi, anche prima dell’arresto, di svolgere qualunque ruolo pubblico. Il Congresso americano, nello scorso aprile, aveva votato una risoluzione in cui chiedeva al Governo cinese di consentire a Gao Zhisheng di riprendere la propria attività. Dopo il suo arresto, da parte dei dissidenti cinesi e soprattutto delle libere comunità religiose che hanno avuto in Gao Zhisheng il proprio maggiore difensore, sono giunti appelli per la sua liberazione.

A questi si è aggiunto, negli ultimi giorni, anche quello – istituzionalmente autorevole – del Parlamento Europeo. Ci associamo a questo appello, chiedendo alla delegazione italiana di richiedere alle autorità di Pechino di incontrare l’avvocato Gao Zhisheng; e di farlo in modo ufficiale, a nome di un paese e di un Parlamento che, quando chiamato a pronunciarsi, non ha mai mancato di esprimere il proprio sostegno alla dissidenza cinese.